Alberto Pian

IL “PATERNALISMO DIGITALE”. PERCHÉ IL DIVIETO AI SOCIAL DEGLI ADOLESCENTI NON RIGUARDA AFFATTO LA LORO “SALUTE MENTALE”?

Governi di ogni tendenza politica che fanno la stessa politica

In questo periodo assistiamo a un’offensiva mediatica e legislativa senza precedenti che riguarda il divieto di accesso (o la regolamentazione) ai social media per gli adolescenti. È una linea politica proposta da governi di ogni tipo e genere, che intanto intensificano (tutti quanti), le spese in armi e che preparano per i giovani un futuro di guerra e precarietà. Questa politica di divieto e regolamentazione viene venduta come una specie di “atto di amore” (sic!), come una “misura protettiva” per la salute mentale dei giovani (doppio sic!).

Ma se grattiamo la superficie delle retoriche di questi governi di varia colorazione politica, ecco emergere una realtà molto diversa!

Diciamolo chiaramente, non c’è alcun atto di cura da parte loro. Ma è un atto di paternalismo digitale che serve a consolidare il potere, a proteggere i mercati e a soffocare il dissenso.

Esagero? Continuate a leggere e giudicate voi stessi.

La finzione della “salute mentale” e l’ipocrisia degli Stati

Se i governi avessero davvero a cuore la salute mentale e le dipendenze, la loro linea politica sarebbe dettata da priorità assolutamente diverse. Invece è dettata da quella che nell’analisi della “comunicazione” è definita: coerenza selettiva, e che svela la loro malafede.

Infatti, si tratta veramente di proteggere i giovani dalle dipendenze? Ora, considerate che gli Stati permettono e tassano, quindi lucrano, sulla vendita di prodotti che creano dipendenze fisiche e psicologiche devastanti come l’alcol e il gioco. Come può essere considerata sana preoccupazione verso i giovani quella che li spinge a farne dei consumatori di alcool e di gioco d’azzardo? E voi sapete benissimo che qualche divieto ai minorenni non rappresenta certo un deterrente o una tutela, poiché questi hanno sotto gli occhi il modello imitativo (a loro proibito e dunque “desiderabile”) di un mondo devastato dall’alcolismo e dal gioco, che viene tutelato dagli Stati proprio attraverso regole che, in realtà, fomentano interessi, aspettative e desiderio!

E la cosiddetta “depressione giovanile”? Non viene coltivata sul fertile terreno di in un contesto mondiale (economico e sociale), completamente privo prospettive? I giovani vivono in un mondo che “offre” loro solo guerrelavori precari e sottopagati, un futuro incerto privo di tutele sanitarie e pensioni, fatto di disoccupazione endemicascuole decadenti e studi di valore inaccessibili, e un’assoluta mancanza di assistenza sanitaria, psicologica compresa. E tutto questo dipenderebbe da un algoritmo social, oppure dalle caratteristiche del sistema capitalista e dei suoi governi (nessuno escluso)?

Mentre i governi organizzano, pianificano e realizzano la distruzione di intere generazioni, che sacrificano sull’altare del capitalismo, contemporaneamente scaricano le responsabilità delle loro stesse politiche sugli strumenti usati dai giovani per organizzarsi e sulle loro famiglie.

Il “bipartisan” nuova forma di sottomissione

Uno degli aspetti più insidiosi di queste politiche è la ricerca ossessiva dell’unità tra tutte le forze politiche per formulare leggi bipartisan. Ma se i governi presentano le limitazioni all’uso dei social come una questione di “buon senso” o di “protezione dei minori”, è perché cercano di ottenere diversi scopi. Elenchiamoli.

Ingabbiare l’opposizione

Quale forza politica avrebbe il coraggio di votare contro la “salute degli adolescenti”? In questo modo, in tutto il mondo, i governi trascinano tutte le forze politiche su una linea comune, annullando il conflitto, cancellando le alternative (meglio: cancellando l’idea di alternativa).

Appiattire il dissenso

Sotto il pretesto del bipartisan, si cancella la dialettica politica. Non c’è più “destra” o “sinistra” (almeno formalmente, dato che nei fatti è complicato capire a volte quali siano le reali differenze), ma un unico blocco di potere che decide che cosa è bene e che cosa è male, per eliminare ogni possibile alternativa.

Creare una finta unità

Si cerca di compattare le nazioni attorno a un “nemico invisibile” (il social e, come vedremo, le famiglie) per evitare che le popolazioni si compattino contro il vero nemico, cioè le politiche fallimentari e guerrafondaie dei propri governi.

L’ipocrisia del “dopamine-washing”

L’argomento della “dipendenza da dopamina” che i social innescherebbero è assolutamente reale, ma è anche un comodo spauracchio usato dai governi per giustificare la censura.

Qualsiasi attività gratificante stimola la dopamina. Se accettiamo che lo Stato possa vietare un mezzo di comunicazione perché è “stimolante”, accettiamo anche che venga legittimata la regolamentazione di ogni aspetto del piacere umano da parte di un’autorità paternalistica. Sarebbe come limitare la libertà di stampa perché questa viene usata anche per pubblicare pornografia. Un’assurdità liberticida!

Perciò si svela anche l’ipocrisia: gli Stati vietano il gioco e il tabacco ma, contemporaneamente, ricavano ingenti guadagni da queste stesse attività! Nei fatti ne agevolano la diffusione. Quindi, da un lato le incentivano, dall’altro le “regolamentano“! E non vi fa sorridere vedere in TV noti esponenti dello Sport rivolgersi al pubblico per suggerire di tenere sotto controllo il gioco d’azzardo, mentre questo è lasciato proliferare a ogni angolo di strada e vengono concesse sponsorizzazioni alle multinazionali della dipendenza?

Brand safety, ovvero l’economia nascosta

C’è un altro motivo cinico dietro la spinta a rimuovere i giovanissimi dalle piattaforme, e questo riguarda l’efficacia della spesa pubblicitaria. Il mercato dell’advertising oggi cerca la cosiddetta “brand safety”. Cioè un’audience composta da soggetti con capacità di spesa e decisionale invece di giovani squattrinati che infestano i socialsporcando i KPI degli algoritmi. Un pubblico con potere d’acquisto è il solo soggetto appetibile per gli “investitori” (leggi: capitalisti, brand, multinazionali, finanza…).

Eliminare i contenuti e movimenti imprevedibili degli adolescenti, impedendo o “regolamentando” il loro accesso ai social, rende i social spazi più “puliti” per sponsorizzare contenuti e permette di richiedere maggiori spese in campagne e sponsorizzazioni, ottenendo così metriche di valutazione dei risultati (KPI) più certi e valutabili e quindi meglio vendibili. Siamo di fronte a una ristrutturazione del mercato spacciata per etica verso i giovani!

Disarmare gli strumenti della protesta

Inoltre i giovani sono oggi una vera spina nel fianco di ogni governo. Oggi più che mai, direi, proprio perché i governi chiudono loro le porte in faccia e preparano un futuro di guerre, di precarietà e di servitù. I social media sono gli strumenti prediletti di organizzazione sociale dei giovani. Sono gli strumenti attraverso i quali si organizzano e scendono in piazza, e documentano le politiche distruttive del capitalismo e dei suoi governi. Senza queste tecnologie i giovanissimi perdono la capacità di aggregarsi rapidamente, di conoscere la realtà che si prospetta loro come realtà sociale e di denunciare le ingiustizie (come le crisi climatiche, il sionismo, le guerre, la precarietà del lavoro e la conseguente organizzazione di mobilitazioni). Non è azzardato definire questa politica di controllo dei social come un’operazione di polizia preventiva. Isolare i ragazzi significa cercare di renderli innocui, impedendo che la loro voce si trasformi in pressione politica e diventi una cassa di risonanza in grado di mobilitare tutti gli strati sociali oppressi, adulti compresi.

Spostare le responsabilità dagli Stati colpevolizzando le famiglie

Un corollario, non tanto secondario, di questa politica di divieti è quello di spostare l’attenzione.

Invece di discutere delle responsabilità dei governi e delle loro politiche orientate alla guerra e delle loro controriforme sociali, il dibattito si sposta sulle “colpe morali delle famiglie” incapaci di gestire le tecnologie. È una tecnica consolidata e perfetta di distrazione di massa che richiede il suo appropriato capro espiatorio. Gli Stati si ergono a giudici morali per nascondere il loro fallimento e individuano come le famiglie come capri espiatori.

Le libertà sono inalienabili e individuali

Dietro questa linea paternalista di controllo si nasconde la paura da parte del Potere. Non si tratta di proteggere i ragazzi, ma di proteggere il sistema capitalista dalla vitalità e dall’imprevedibilità dei giovani e dalle loro mobilitazioni.

Accettare queste restrizioni significa accettare l’idea che la libertà non sia un diritto inalienabile, ma una concessione statale. Anzi una concessione di uno stato paternalista simbiotico, che vuole inglobare al suo proprio interno ogni classe sociale, ogni forma di “opposizione”, per quanto blanda sia, ogni pensiero critico.

È un tassello di fascismo, basato sul principio corporativo, cioè sul principio di un’organizzazione pubblica che addomestica il conflitto e lo annulla sulla base di principi morali e di tutela che lei stessa definisce e garantirebbe come universali.

La salute mentale si cura con la giustizia sociale, non con i lucchetti, ma la giustizia sociale comporta altri governi, altri Stati, un’altra società che di sicuro non sia il regime capitalista nel quale oggi viviamo e che semina morte e distruzione.

Come mi sembra dicesse Thomas Jefferson non si sceglie“tra una libertà ‘pericolosa’ e una servitù ‘protetta’” poiché proprio la libertà è ciò che permette di liberarci dalle catene dalla schiavitù.


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