Alberto Pian

EDITH WHARTON, LA VISTA DELLA SIGNORA MANSTEY. ANALIZZIAMO LO STRAORDINARIO GIOCO DEL PUNTO DI VISTA

Edith Wharton (NY 1862– Francia 1937) è stata una grande scrittrice americana, purtroppo poco conosciuta, anche se è stata la prima donna a vincere nel 1921 il premio Pulitzer per L’età dell’innocenza. Edith proveniva da una famiglia dell’altissima società di New York ma ne respingeva l’ipocrisia, le convenzioni, la “normalità” borghese e le vere e proprie gerarchie. Purtroppo è stata sposata a Edward Teddy Wharton, un grande banchiere che non condivideva i suoi interessi intellettuali e che soffriva addirittura di disturbi mentali. Finalmente, dopo un matrimonio totalmente infelice, a 45 anni, scoprì la passione erotica con un giornalista del Times, Fullerton. Si era trasferita in Francia fin dal 1907, dove prese a viaggiare molto in auto (mezzo che adorava e guidava personalmente), con Fullerton ed Henry James. Durante la Prima Guerra mondiale si era impegnata attivamente per aiutare i feriti.

Una lezione di Edith molto attuale

Non voglio dilungarmi in una biografia di Edith, ma voglio sottolineare solo il suo atteggiamento preciso, determinato, consapevole che è sicuramente di esempio alle donne scrittrici di oggi.

Voglio dire questo, prima di passare a questo bellissimo racconto.

Edith è stata una delle prime donne a scrivere per professione e a difendere caparbiamente i suoi diritti di scrittrice e il suo diritto alla remunerazione. Sembra che fosse molto decisa in questo. In un mondo dove le donne scrivevano soprattutto per diletto, lei fu una specie di manager convinta e determinata di se stessa. Sappiamo che trattava con gli editori con una volontà che intimidiva gli uomini, ed esigeva anche compensi altissimi. Diceva: “Non sono una dilettante, sono una donna d’affari.” (ne parla R.W.B. Lewis nella biografia a lei dedicata). Anche studi della Cambridge University Press (Edith Wharton in Context), parlano della sua figura di Engaged Businesswoman. In pratica lei stessa si percepiva come un’artista che non sacrifica il profitto a scapito dell’ispirazione, ma lo usava come misura del suo successo nel mondo reale. Diciamo che percepiva il suo valore, cosa non facile neppure oggi per una scrittrice.

Edith Wharton

L’organizzazione del racconto

Vi dico subito che questo racconto contiene molti temi ed è possibile affrontarlo da diversi punti di vista. Quello che a me interessa prendere in considerazione riguarda due aspetti molto intriganti e tra loro concatenati che, secondo me, ci fanno riflettere, sul modo modo scialbo, piatto, frammentato e povero della narrazione odierna, fortemente condizionata dai social.

I due aspetti sono questi:

  1. L’organizzazione della suspense. Sembra quasi che non succeda nulla fino quasi alla fine del racconto. Tuttavia non si tratta di una scrittura descrittiva classica ottocentesca. Anche se presta moltissima attenzione all’ambiente, l’ambiente non è “osservato”, è “animato”. In che senso?
  2. Nel senso che tutto il racconto, anche se è espresso in terza persona, con una voce narrante esterna (extradiegetica), esprime un punto di vista in soggettiva.

Ora, sapete benissimo che se io trovo elementi “strutturali” in una narrazione, non credo nelle “strutture” narrative, nei modelli, ecc. Se ho inserito i due punti che avete appena letto è per facilitare a voi la lettura e la comprensione di quel che scrivo e non per dire: guarda che tecnica! Lasciamo da parte queste strozzate da “scuole di scrittura”. Perciò, allo stesso modo, non dovete pensare che Edith abbia applicato delle strutture, dei modelli. Edith era una grande autrice, non ne aveva bisogno, era la sua ispirazione e il suo intuito, insieme alla sua capacità di osservazione, a determinare un’organizzazione del racconto estremamente particolare. Perché questo? Perché la sua è essenzialmente un’indagine psicologica, anche se non fa mai un solo riferimento esplicito alla psicologia dei personaggi.

Adesso vediamo alcuni passaggi del racconto tenendo sempre a mente questo: ciò che conta in questo racconto sono solo ed esclusivamente le relazioni tra i personaggi e fra i personaggi e l’ambiente. Anzi, direi questo: quello che conta sono le relazioni fra i personaggi e l’ambiente mentre le relazioni fra i personaggi dipendono proprio dalle relazioni fra i personaggi e l’ambiente. Detto in altri termini: il modo con cui i personaggi interagiscono con l’ambiente struttura le relazioni psicologiche fra i personaggi. O, se volete, possiamo dire che quello che ciascuno è realmente in questo racconto lo scopriamo attraverso la sua relazione con un cortile. Tutta la psicologia, la profondità di questa psicologia, è nel cortile.

Incipit. Dei bidoni della spazzatura

La vista dalla finestra della signora Manstey non era sbalorditiva, ma per lei, almeno, era piena di interesse e bellezza. La signora Manstey occupava la stanza sul retro al terzo piano di una pensione di New York, in una strada dove i bidoni della cenere indugiavano tardi sul marciapiede e le buche nel selciato avrebbero fatto vacillare un Quinto Curzio. Era la vedova di un impiegato di una grande casa all’ingrosso, e la morte di lui l’aveva lasciata sola; la sua unica figlia si era sposata in California e non poteva permettersi il lungo viaggio fino a New York per far visita alla madre.

La signora Manstey, forse, avrebbe potuto raggiungere la figlia nell’Ovest, ma erano ormai separate da così tanti anni che avevano smesso di sentire il bisogno della reciproca compagnia; i loro rapporti si erano limitati da tempo allo scambio di poche lettere perentorie, scritte con indifferenza dalla figlia e con difficoltà dalla signora Manstey, la cui mano destra stava diventando rigida per la gotta. Anche se avesse provato un desiderio più forte per la compagnia della figlia, la crescente infermità della signora Manstey — che la portava a temere le tre rampe di scale tra la sua stanza e la strada — l’avrebbe fatta esitare alla vigilia di un viaggio così lungo; e senza forse formulare esplicitamente queste ragioni, aveva da tempo accettato come naturale la sua vita solitaria a New York.

(trad. Alberto Pian con ausilio Gemini)

Una pensione a NY, vedova e figlia in California. Questa signora non era certo benestante e la sua vista puntava a dei bidoni in un cortile. Era malata e si era rassegnata. Poi Edith parla dell’amore per la campagna e del desiderio, mai realizzato di una vita nella natura:

(…) Fu forse questa tenerezza a farla aggrappare così fervidamente alla vista dalla sua finestra, una vista in cui l’occhio più ottimista avrebbe faticato, inizialmente, a scoprire qualcosa di ammirevole.

Via interna a New York, oggi.

La prospettiva sulla fila dei cortili

Ecco che la vista dalla finestra, cioè l’ambiente, assume un’importanza determinante per la signora Manstey. La sua vista però aveva qualcosa di particolare, si prolungava oltre il proprio cortile, passava in linea retta da un cortile all’altro fino all’orizzonte. In pratica godeva di una prospettiva infinita, lunga, ampia:

(…) Ma di maggiore interesse erano i cortili retrostanti. Essendo per la maggior parte annessi a pensioni, versavano in uno stato di cronico disordine e sventolavano, in certi giorni della settimana, di indumenti vari e tovaglie sfilacciate. Nonostante ciò, la signora Manstey trovava molto da ammirare nella lunga prospettiva che dominava. Alcuni cortili erano, in verità, solo distese pietrose, con l’erba tra le fessure del lastricato e nessuna ombra in primavera se non quella offerta dal fogliame intermittente dei fili del bucato. La signora Manstey disapprovava questi cortili, ma amava gli altri, quelli verdi. Si era abituata al loro disordine; i barili rotti, le bottiglie vuote e i sentieri non spazzati non la infastidivano più; possedeva la felice facoltà di soffermarsi sul lato più piacevole del panorama dinanzi a lei.

Alla signora non piaceva il disordine, non amava il cortile trasandato e sporco. Abbiamo detto che amava la natura. Però aveva una prospettiva e questa prospettiva era tutto, significava, per la signora Manstey, il senso stesso della vita! Nonostante tutto, la signora Manstey conservava un senso positivo di questa vita, sapeva rintracciare nella vita un senso di felicità, anche fra i cortili sporchi e disordinati di NY, purché… purché si aprisse una prospettiva.

Le prospettive della sua vita si erano chiuse una a una, ma lei era riuscita a mantenere aperta quella fondamentale, quella attraverso la quale si guarda avanti. <<e la prospettiva di quei cortili in fila rappresentava proprio questo.

Saper cogliere la vita ovunque essa sia

In questa sequenza un po’ lugubre, lei sapeva cogliere qualcosa di buono, l’essenziale, il poco che motivava la sua stessa vita, ne stabiliva la sua ragione. Questo poco era rappresentato dagli esseri umani e le piccole “bellezze” presenti nei cortili.

Gli esseri umani:

(…) Disapprovava profondamente le tende color senape che erano state recentemente appese alla finestra del dottore di fronte; ma rifulgeva di piacere quando la casa più in fondo riceveva una mano di vernice sui vecchi mattoni. Gli occupanti delle case non si mostravano spesso alle finestre sul retro, ma la servitù era sempre in vista. Cenciose rumorose, così la signora Manstey definiva la maggior parte di loro; conosceva le loro abitudini e le odiava. Ma alla tranquilla cuoca della casa appena dipinta, la cui padrona la tiranneggiava e che segretamente dava da mangiare ai gatti randagi al crepuscolo, andavano le più calde simpatie della signora Manstey.

I fiori, fra le piccole bellezze:

(…) Proprio nel recinto accanto, non apriva forse una magnolia i suoi duri fiori bianchi contro l’azzurro acquoso di aprile? E non c’era, un po’ più avanti, una recinzione ricoperta ogni maggio da onde lilla di glicine? Più in là ancora, un ippocastano sollevava i suoi candelabri di fiori ocra e rosa sopra ampi ventagli di fogliame; mentre nel cortile opposto giugno era addolcito dal profumo di una siringa trascurata, che si ostinava a crescere nonostante gli innumerevoli ostacoli opposti al suo benessere.

Custode della vita

In questo contesto la signora Manstey era una specie di “custode della vita”, di ogni più piccolo embrione di vita che appariva in quel disordine e in quella povertà di una sequenza di cortili che partivano da una vecchia pensione di NY:

(…) Gli occupanti delle case non si mostravano spesso alle finestre sul retro, ma la servitù era sempre in vista. Cenciose rumorose, così la signora Manstey definiva la maggior parte di loro; conosceva le loro abitudini e le odiava. Ma alla tranquilla cuoca della casa appena dipinta, la cui padrona la tiranneggiava e che segretamente dava da mangiare ai gatti randagi al crepuscolo, andavano le più calde simpatie della signora Manstey. (…) In un’occasione, i suoi sentimenti furono messi a dura prova dalla negligenza di una cameriera che per due giorni dimenticò di nutrire il pappagallo affidatole. Il terzo giorno, la signora Manstey, nonostante la mano gottosa, aveva appena vergato una lettera che iniziava così: “Signora, sono ormai tre giorni che il vostro pappagallo non viene nutrito”, quando la smemorata domestica apparve alla finestra con una tazza di semi in mano.

Come vedete la signora Manstey era come una sorta di “guida” che vegliava sulla vita di quella prospettiva di cortili. Tutta la sua attenzione era riposta in questa lunga visione composta di cortili, persone e frammenti di natura. La sua vita e i suoi pensieri erano completamente interni a questa prospettiva:

(…) Nelle lunghe ore trascorse alla finestra, la signora Manstey non stava inoperosa. Leggeva un po’ e lavorava a maglia innumerevoli calze; ma la vista circondava e modellava la sua vita come il mare fa con un’isola solitaria. Quando arrivavano i suoi rari visitatori, le era difficile staccarsi dalla contemplazione del lavaggio dei vetri di fronte, o dallo scrutinio di certi punti verdi in un’aiuola vicina che avrebbero potuto, o meno, trasformarsi in giacinti, mentre fingeva interesse per gli aneddoti del visitatore su qualche nipote sconosciuto.

I veri amici della signora Manstey erano gli abitanti dei cortili: i giacinti, la magnolia, il pappagallo verde, la serva che nutriva i gatti, il dottore che studiava fino a tardi dietro le sue tende color senape; e il confidente dei suoi pensieri più teneri era la guglia della chiesa che galleggiava nel tramonto.

Finché tutto questo finì

Finì perché c’erano delle persone che vedevano le cose come le vedeva lei, non coglievano la stessa prospettiva, la loro vita era fuori da quella fila di cortili, la loro “azione” era differente e collocata differentemente rispetto la signora Manstey.

Questo è normale, si è sempre verificato ed è giusto che sia così. Cioè è giusto che le persone abbiano punti di vista, vite, azioni, interessi, capacità, sensibilità differenti. Quello che non funziona è quando manca la relazione. Quando fra esseri umani questa relazione non c’è, tutti i significati della vita crollano, scompaiono, si dissolvono immediatamente. Ora avviene che nessuno è in grado di comprendere il punto di vista della signora Manstey. Nessuno le avvicina psicologicamente.

Edith Wharton non lo dice in modo esplico, non ne fa neppure accenno (come fa un grande autore), ma è chiaro che gli “altri” potrebbero giudicare la signora Manstey come una vecchia malata fissata con il cortile, delusa dalla vita, che non ha altro che starsene alla finestra a giudicare tutto il giorno.

Noi abbiamo visto, con qualche citazione, che questa signora è, invece, molto umana.

Abbiamo visto che si aggrappa alla vita cercando la vita ovunque. Abbiamo visto che ama il genere umano ed è incline a “guidarlo” proprio perché l’umanità è vita. La signora Manstey ama la vita e nonostante tutto, nonostante tutta la sua condizione lei vive, cerca la vita e la valorizza, si chiude nella vita come in un bozzolo.

Ma, sfortunatamente, le persone che vivono con lei, come la proprietaria della pensione, gli operai che lavorano, gli abitanti del cortile non la capiscono, non capiscono la vita stessa, hanno altri valori (che poi sono disvalori)

E così, quando la signora Black, del cortile accanto, inizierà i lavori di amlpiamento di casa sua, che chiuderà per sempre la lunga visuale sui cortili, nessuno capirà l’importanza di questa visuale. È la padrona della pensione, la signora Sampson ad annunciare questo alla signora Manstey. Anche la signora Sampson non apprezza questi nuovi lavori, ma per motivi molto diversi. Infatti la Sampson è talmente abbruttita, ignorante, insensibile, da non sapere neppure che esiste una magnolia nel cortile della signora Black:

(…) Alla signora Manstey non piaceva la padrona di casa, ma si sottoponeva alle sue visite con signorile rassegnazione.

— La magnolia è fiorita prima del solito quest’anno, signora Sampson — osservò lei, cedendo a un raro impulso, poiché raramente alludeva all’interesse assorbente della sua vita.

— La cosa, signora Manstey? — chiese la padrona di casa, guardandosi intorno nella stanza come per cercarvi la spiegazione.

— La magnolia nel cortile accanto… nel cortile della signora Black — ripeté la signora Manstey.

— Ah, davvero? Non sapevo ci fosse una magnolia lì — disse la signora Sampson con noncuranza.

La signora Manstey la guardò; non sapeva che ci fosse una magnolia nel cortile accanto!

La signora Manstey era impallidita. Parlava sempre lentamente, così la padrona di casa non fece caso alla lunga pausa che seguì. Alla fine la signora Manstey disse:

— Sa quanto sarà alto l’ampliamento?

— Questa è la parte più assurda. L’estensione sarà costruita proprio fino al tetto dell’edificio principale; l’ha mai vista una cosa simile?

La signora Manstey fece un’altra pausa.

— Non sarà un grande disturbo per lei, signora Sampson? — chiese.

— Direi di sì. Ma non c’è rimedio; se la gente ha in mente di costruire ampliamenti non c’è legge che glielo impedisca, per quanto ne sappia io.

E quindi si passa da una insensibilità all’altra. I lavori che chiuderanno la vista sulla magnolia e sui cortili avranno inizio. Ma per la signora Manstey sarà la fine del senso della sua vita, cristallizzato in una magnolia, mentre la signora Sampson è solo una spicciola questione di invidia dato che, molto probabilmente, se fosse stata nelle condizioni, avrebbe ampliato lei la sua pensione, senza dover assistere all’ampliamento di casa Black

Miserie quotidiane della vita, sono le relazioni fra esseri umani.

Solo la signora Manstey gode (godeva) di una prospettiva di vita reale e viva, umana, ricca di voli e di sentimenti. E così, quando i lavori inizieranno e la prospettiva si chiuderà, si chiuderà anche l’ultima prospettiva di vita per la signora Manstey stessa e all’inizio dei lavori morirà, poiché la sua vita aveva perso il suo ultimo, vitale, coraggioso senso.

L’ultimo suo desiderio fu di essere portata alla finestra

(…) — Sollevatemi… fuori dal letto — sussurrò.

La sollevarono tra le braccia e, con la mano rigida, lei indicò la finestra.

— Oh, la finestra… vuole stare alla finestra. Ci stava seduta tutto il giorno — spiegò la signora Sampson. — Non può farle male ora, suppongo.

— Nulla ha più importanza adesso — disse l’infermiera.

Portarono la signora Manstey alla finestra e la sistemarono sulla sua sedia. L’alba si diffondeva, un’alba primaverile giubilante; la guglia aveva già colto un raggio dorato, sebbene la magnolia e l’ippocastano dormissero ancora nell’ombra. Nel cortile della signora Black tutto era tranquillo. Le travi carbonizzate del balcone giacevano dove erano cadute. Era evidente che dopo l’incendio i muratori non erano tornati al lavoro. La magnolia aveva schiuso qualche altro fiore scultoreo; la vista era indisturbata. (…)

La testa della signora Manstey ricadde all’indietro e, sorridendo, morì.

Quel giorno, la costruzione dell’ampliamento riprese.


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“The Early Short Fiction of Edith Wharton — Part 1” by Edith Wharton is a collection of short stories written during the late 19th and early 20th centuries. This volume includes narratives that delve into themes of human emotion, the complexities of social relationships, and the haunting aspects of memory and loss, as showcased in stories such as “Kerfol” and “Mrs. Manstey’s View.” The work reflects Wharton’s keen insight into the lives of the early modern American upper class and their surroundings. The opening portion of “Kerfol,” the first story in the collection, introduces an unnamed narrator inspired by a friend’s suggestion to visit a mysterious estate called Kerfol, steeped in history and potential ghostly tales. As the narrator explores the hauntingly beautiful landscape and eerie silence of the estate, he encounters a pack of dogs that seem to guard the property. The rich imagery emphasizes the contrast between the palpable sense of life and the ghostly feeling that pervades the house, hinting at underlying themes of longing and reflection on past events. The narrator’s exploration not only serves as a physical journey but as a metaphysical one, questioning the nature of existence in the wake of past sorrow and emotional scars. (This is an automatically generated summary.) Mrs. Manstey’s View (versione completa). rs. Manstey’s View” di Edith Wharton (in inglese e in download gratuito). The Early Short Fiction of Edith Wharton — Part 1, che contiene Mrs. Manstey’s View.


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