Alberto Pian

Alberto Pian

VISTO IN SALA, eBook

Lezioni di storytelling attraverso il cinema

Lo acquisti in: StreetLibAmazoniBooksBookRepublicGoogleFeltrinelli e in tutti gli store di eBook. Trenta storie cinematografiche, analizzate per aiutare a capire come viene strutturato e come si crea una storia di successo. © Alberto Pian, 2016 – 2022. ISBN: 9788892536944.

Quelle che vi apprestate a leggere non sono “recensioni” di film. Le storie cinematografiche sono un pretesto per affrontare i temi della narrazione sotto diversi punti di vista: l’articolazione di una storia, la creazione della suspense, le tematiche che riguardano i conflitti, le relazioni psicologiche, il rapporto con le fonti storiche, i canoni e gli stereotopi, le isotopie e tanti altri che aiutano a costruire storie efficaci. Il lettore sarà sollecitato da molti spunti e particolari riflessioni. Non troverà mai un linguaggio incomprensibile per “addetti ai lavori”. Perciò si gusti questo libro con calma, sono sicuro che vi troverà una molteplicità straordinaria di spunti di riflessione sulle strutture e sul modo di raccontare buone storie!

INTRODUZIONE

Quelle che vi apprestate a leggere non sono “recensioni” di film. Le storie cinematografiche sono un pretesto per affrontare i temi della narrazione sotto diversi punti di vista: l’articolazione di una storia, la creazione della suspense, le tematiche che riguardano i conflitti, le relazioni psicologiche, il rapporto con le fonti storiche, i sentimenti, i canoni e gli stereotipi, le isotopie e tanti altri che aiutano a costruire storie efficaci.

Ho scritto questi testi perché mi sono utili nei lavori di storytelling aziendale o educativo, e nei corsi e seminari che conduco su storytelling, montaggio filmico e affini.

Sono convinto che il lavoro che propongo al pubblico susciterà interesse. In molti casi questi testi offrono particolari angolature di analisi che non troverete nelle tradizionali “recensioni” o negli studi specifici.

Devo essere onesto fino in fondo. Il mio approccio con il cinema e lo storytelling in genere è molto particolare. Lo devo dire perché può darsi che il lettore pensi che questo libro sia l’ennesimo volume di “critica” cinematografica. Non è proprio così. Personalmente non vado molto d’accordo con la critica cinematografica e nemmeno con quella letteraria. Confesso di non leggere mai le recensioni filmiche. Inoltre (e con questa affermazione mi giocherò senz’altro il lettore!), non mi curo chi sia il regista, né che cosa abbia creato e nemmeno chi siano gli attori, dei quali spesso non ricordo i nomi. Non mi interesso alla storia del cinema e alle biografie di chi vi ha lavorato, specialmente quando analizzo le narrazioni. Il motivo è semplice: considero le storie come tali, senza altre aggiunte all’infuori della loro intrinseca articolazione narrativa. In questo modo non trovo interessante (se non per una personale curiosità), sapere nient’altro rispetto a tale film, regista o contesto. Al contrario, il citazionismo, molto in voga nella critica cinematografica, mi dà sui nervi. In fondo, dal punto di vista della narrazione, è un nozionismo che si ritrova nei quiz televisivi.

Una storia è una storia, non è la biografia di un cinema che deve essere trattato filologicamente e scomposto in tendenze e quadri esplicativi storici e semiotici per essere letto come un “testo”. Queste stupidaggini (in Italia la semiotica, con tutte le sue ideologie, ha prevaricato ogni buon senso critico), stanno uccidendo il piacere di gustare le storie e di analizzarle e, quindi, anche di costruirle. È uno dei motivi per cui il cinema italiano è orribile al massimo grado.

Ecco, questo, in sintesi, è quello che penso. Normalmente, nello studio delle storie nei loro meccanismi, sia al cinema che in narrativa, mi pongo molte domande, spesso, credo, guidate da buon senso e da una conoscenza di un grande numero di storie. Quando lavoro in una azienda per costruire uno storytelling non parto da alcuna idea preconfezionata. Di solito svolgo colloqui individuali con tutti i dipendenti, uno a uno, o tutti quelli che è ragionevole ascoltare. La storia viene sempre “dopo” le storie che altri raccontano.

Per fare questo lavoro ho bisogno, proprio come una necessità biologica, di vedere o di leggere tante storie. Così, per esempio, posso prendere delle giornate intere al cinema dalle 15 fino all’ultimo spettacolo, vedendo diversi film in fila. Normalmente non guardo neppure i titoli, non mi interessa sapere che cosa andrò a vedere. Non scelgo i film in base a un loro possibile interesse né, tanto meno, in base ai punteggi del pubblico o della critica. Per conto mio ogni film è interessante e vale la pena di essere visto. Se è un capolavoro sarò coinvolto nella narrazione. Se non lo è analizzerò il montaggio, la fotografia, la recitazione. In ogni caso è diventata un’abitudine quella di non perdere mai di vista il “come” la storia è costruita. Se il film è buono la storia mi avrà distratto un po’ dai miei intenti. In ogni caso per me il cinema è uno spettacolo che funziona sempre, perché mi dice sempre qualcosa. È una scuola. Con la narrativa invece ho un approccio un po’ diverso. Fin dalle prime pagine di una qualsiasi storia formulo un giudizio che mi spinge a continuare a leggere, oppure a lasciar perdere. Perciò, contrariamente al cinema, non leggo mai (se non per questioni tecniche), ciò che non mi attira subito per qualche motivo. Per esempio posso continuare a leggere perché è talmente assurda la costruzione, o finta (come i racconti del premio Nobel Alice Munro, tanto per fare un esempio eclatante e che farà discutere), che non credo ai miei occhi, oppure perché è interessante la costruzione o, più semplicemente, perché è  bella la storia.

Naturalmente le storie suscitano dei sentimenti, mi commuovono, piango nel buio di una sala o seduto in poltrona con mia moglie, oppure rido a crepapelle (e al cinema questo ha spesso creato dei problemi!). In fondo nutro sentimenti semplici nei confronti delle storie. Per esempio una scena trita e ritrita come quella in cui Stan Laurel e Oliver Hardy, da improbabili carpentieri, si danno un asse in faccia ogni volta che si voltano, mi fa sempre ridere. E così, la fine di una storia d’amore, la mortificazione di un fanciullo, la disperazione di un soggetto, inducono commozione.

Potremmo dire che una storia dovrebbe fare proprio questo: suscitare dei sentimenti e guidarli attraverso le loro emozioni. Naturalmente ci sono storie che non sono in grado di farlo, per esempio Amy – The Girl Behind the Name, Asif Kapadia, 2015, che ho visto giusto ieri sera, è fra le fallimentari storie che non sono state capaci di commuovere realmente. Il lettore non troverà in questo libro un’analisi di questo film. Il motivo è che di solito aspetto diverse settimane e anche mesi, prima di scrivere un testo. Desidero infatti vedere le cose più a distanza, avvalermi dei ricordi, rivedere la storia, specialmente in alcuni punti.

Per concludere direi al lettore che qui sarà sollecitato da molti spunti interessanti. Non troverà mai un linguaggio incomprensibile per “addetti ai lavori”, né gli astrusi riferimenti di molti intellettuali o “esperti”. Perciò si gusti questo libro con calma, sono sicuro che troverà in esso una molteplicità straordinaria di spunti di riflessione (in accordo o in disaccordo, poco importa), non solo sul cinema e sulle storie, ma sulla vita stessa.

Infatti, che cos’è la vita se non una storia composta da tante altre storie che viviamo ogni giorno?

Torino, 2016 – 2022


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