Alberto Pian

Alberto Pian

ECCO IL VERO SHERLOCK HOLMES!

Lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie, 2009 è quello vero, lo Sherlock Holmes che avete in mente è un falso stereotipo.

Nel 2009 usciva il film Sherlock Holmes di Guy Ritchie. La critica mondiale lo stroncava perché per la prima volta Sherlock Holmes era completamente diverso dagli stereotipi tradizionali. Ma Guy Ritchie aveva ragione. Nei testi originali di Conan Doyle Sherlock Holmes non ha mai detto “Elementare Watson”, non ha mai indossato quel ridicolo cappellino, né una mantellina. Fumava #oppio e faceva a botte in incontri clandestini. Cadeva in #depressione per giorni, non era elegante né stiloso. Strimpellava sul violino come fosse una specie di chitarra, frequentava prostitute e bassifondi, leggeva le cronache popolari e non testi di cultura. Usava il proprio intuito, mentre il vero uomo di cultura, molto più raffinato, era #Watson, medico e ufficiale dell’esercito britannico. Dal film del 2009 hanno poi avuto origine tutta una serie di libere interpretazioni del personaggio che hanno dato vita a film e serie TV di vario genere.

Guy Ritchie aveva ragione.  È opinione comune, infatti, che il film sia stato realizzato sulla base degli stessi fumetti disegnati dal suo produttore, Lionel Wagram, attraverso i quali avrebbe voluto mostrare il famoso investigatore inglese e il suo aiutante, secondo una prospettiva completamente nuova (Immagini dei disegni visibili qui: http://www.bleedingcool.com/2009/12/15/editors-the-ritchiedowneylaw-sherlock-holmes-movie-was-not-based-on-a-graphic-novel/) Si crede addirittura che il fumetto sia stato concepito come una vera e propria graphic novel (romanzo a fumetti), alla quale dovrebbe aver lavorato per dieci anni!  A veicolare queste false notizie, che sono uscite allo scoperto a causa di un “franintendimento” e sono state date per vere senza essere verificate e quindi messe subito in circolazione (e che perciò consideriamo come il prodotto di un vero e proprio “lapsus”), sono state alcune note testate mondiali come USA Today, L.A. Times, il Telegraph, l’Ansa, il Corriere della sera, la stessa Wilkipedia.

Il grande fraintendimento e un lapsus

Come spiega il blog “fumettidicarta” (house of mistery – http://fumettidicarta.blogspot.com): “Il fraintendimento è nato perché Wigram, nella fase iniziale di presentazione del progetto ai produttori, ha chiesto al fumettista John Watkiss di realizzare alcune illustrazioni che rendessero il soggetto più appetibile.” Evidentemente è stato un “fraintendimento” che inconsciamente ha fatto comodo a molti. Per quale motivo? La vera storia delle origini del film è molto più “normale” e tradizionale di quella diffusa dai media: è semplicemente la storia di un produttore che commissiona dei fumetti a un professionista, per vedere come potrebbe risultare il film. Non è un granché come storia, anzi, si tratta di una procedura più che tradizionale. Invece, il racconto divulgato dai media infrange il precedente stereotipo: qui abbiamo infatti un produttore che insegue per molti anni un sogno, fino al punto di disegnare lui stesso i fumetti di un personaggio che subirà una trasformazione completa!

Si converrà che è una storia molto più trendy e molto meno “istituzionale”, rispetto a quelle correnti: ci sono i fumetti, c’è un produttore che disegna, si mescolano i generi e le professioni, è tutto molto più “web 2” e fuori dai canoni. Non è una bella storia da raccontare? Così la fantasia, che ha bisogno di galoppare, si trova davanti a una prateria e il lapsus si moltiplica e si diffonde sotto forma di leggenda rimbalzando fra le agenzie. Perché si è verificato questo “fraintendimento”? Perché, rimettendo in causa un meccanismo istituzionale, questo lapsus esprime il desiderio che il film su Sherlock Holmes sia portatore di una novità radicale, così radicale che non solo il contenuto del film, rappresentato dal nuovo modo di rappresentare l’invstigatore, ma la sua stessa produzione devono apparire a tutti come fuori dal comune (non istituzionali). Non solo il film, ma anche la sua stessa storia sono realmente un prodotto non – istituzionale, fuori dagli schemi, rivoluzionario. Ragioniamo: se il lapsus sembra dunque riagganciarsi a una profonda esigenza di “rottura” nei confronti di una tradizione consolidata, è legittimo chiedersi se non sia anche il prodotto di uno “spostamento”,  cioè di quel tipico meccanismo inconscio che sposta l’obiettivo dal proprio terreno troppo accidentato a uno più praticabile.

Detto in altri termini: l’insoddisfazione nei confronti della tradizione, delle istituzioni, delle regole e dei canoni – per esempio che caratterizzano Hollywood, oppure la produzione culturale – o perfino la società nel suo complesso, potrebbe aver alimentato il desiderio di sovvertire le regole che, essendo difficile da realizzare su quei terreni, per un gioco di significanti (assonanze, similitudini, ecc.), si è agganciato alle aspettative suscitate da questo film (Per esempio dal novembre 2009, praticamente in concomitanza con l’uscita del film, viene pubblicato davvero un fumetto su Sherlock Holmes illustrato da Aaron Campbell con fumetti di Leh Moore e John Reppion: http://www.moorereppion.com/comics/dynamite/holmes/).

Questo gioco può essere facilmente rimpallato per il fatto che il desiderio di “rottura istituzionale” che ne è alla base, è sicuramente più diffuso di quanto si possa immaginare. In questo modo la falsa notizia di un produttore che disegna fumetti alla ricerca di una rappresentazione “dissacrante” di Sherlock Holmes vi si aggancerebbe in modo perfetto, a tal punto che numerosi personaggi e testate “istituzionali” non si sono neppure sognati di controllarla. 

Al di là di questa interpretazione, che usa alcuni strumenti analitici di indagine, per i nostri scopi dobbiamo notare che se l’informazione (comunicazione), viene trasmessa attraverso la forma di una “storia” del prodotto (come spesso accade nel mondo del cinema), ottiene effetti significativi (nel bene e nel male), che toccano certamente meccanismi inconsci, più di quanto non possa fare una classica “informazione”. E mostra anche che la costruzione di storie sui “prodotti” (di qui il successo delle pratiche di storytelling aziendale), sia vissuta oggi come una necessità quasi automatica. 

Proseguiamo, perché siamo solo all’inizio di una storia degna di Holmes.

“Elementare Watson”: niente e’ quello che sembra

Dunque, che cosa capita quando un film esce nelle sale preceduto da una fama così “anti-istituzionale” come questa? Possono capitare due cose: o il mito viene fatto a pezzi sotto la critica del pubblico, oppure si rafforza.  Ovviamente tutto va nella seconda direzione, il film non può non aver successo: infatti, chi si assumerebbe la responsabilità di spezzare la formazione di un nuovo mito che contribuisce ad alleggerire per la massa dei “consumatori”, il peso di una vita grigia e istituzionale? E, dal canto loro, i “consumatori” non hanno l’opportunità, servita su un piatto d’argento, di toccare con mano il fatto che infrangere le regole (gli stereotipi, i canoni), è realmente possibile, essendo stata smantellata addirittura un’immagine così forte e solida, come quella di Sherlock Holmes? Il film, che come vedremo conterrà degli aspetti davvero innovativi – seppur non quelli indicati dalla critica – infatti, viene subito visto come un modo radicalmente diverso, decisamente rivoluzionario, di presentare il noto investigatore. Che cosa succede esattamente?

Prima di tutto la “critica”, sia quella a favore che quella contraria, concorda su un punto: lo Sherlock Holmes che viene presentato nel film non ha nulla a che vedere con il classico Holmes. Tanto gli istituzionalisti (che criticano il film), quanto gli innovatori, che lo approvano, concordano sul fatto che la figura di Holmes sia in completa rottura con quella che Sir Arthur Conan Doyle ci aveva mostrato, essendo il frutto dell’interpretazione del regista.

Ecco alcune affermazioni molto chiare in merito, che abbiamo potuto leggere fin dai primi giorni di proiezione (Natale 2009).

Per La Stampa il film è chiaramente “infedele” (http://trovacinema.repubblica.it/film/critica/sherlock-holmes/383987); secondo Comingsoon: “rivoluziona look e comportamenti del celebre ispettore e del suo fidato assistente Watson” (http://www.comingsoon.it/scheda_film.asp?key=2049&film=Sherlock-Holmes); il Sole 24 ore si spinge fino a dichiarare che: “dell’opera di Sir Arthur il film non salva che l’ambientazione londinese e i nomi dei protagonisti. (…) Non c’è alcuna traccia del compassato detective oppiomane in tweed che va ripetendo Elementare Watson”. (http://cinema.ilsole24ore.com/recensioni/00014532.php

Per La Repubblica si tratta di una: “rilettura del personaggio di Sherlock Holmes, con la sua vistosissima e provocatoria regia” unita “esclusivamente al gusto di stupire e al piacere di abbagliare, senza sostanza sotto”(http://trovacinema.repubblica.it/film/critica/dettaglio/sherlock-holmes/383987/385826). Il Corriere della Sera parla di una: “icona di letteratura e cinema, padre della deduzione inglese” che “torna nello stile rockettaro” di Ritchie (il regista), dove Sherlock è addirittura “un po’ clochard” e vede il film come “un crescendo di follia, un videogioco che bombarda di trovate” (http://cinema-tv.corriere.it/cinema/porro/09_dicembre_31/porro_sherlock_holmes_67dc696c-f5f1-11de-b347-00144f02aabe.shtml). 

Wuz cerca una spiegazione (oltre tutto in parte sbagliata, lo avevamo appena visto), sociologica e compositiva di questa trasformazione:

“Va ricordato che è importante la derivazione dal fumetto di Lionel Wigram che ha maggiori affinità con il personaggio del film rispetto alla matrice prettamente letteraria di Conan Doyle. (…) siamo di fronte a uno Sherlock Holmes, donnaiolo, giocatore d’azzardo e piuttosto rissoso.  Geniale, tormentato, atletico, insomma diverso sicuramente da quello che ogni lettore di Conan Doyle può essersi creato nella mente. Sicuramente il personaggio è stato svecchiato e piacerà molto anche ai più giovani che magari non hanno mai letto uno dei romanzi del “maestro”.  (…) è molto maggiore l’influenza del cinema d’azione e d’avventura rispetto alle radici letterarie del personaggio e certamente non per poca conoscenza da parte del regista che dichiara di aver letto tutto ciò che riguarda il suo personaggio, quanto per la volontà di svilupparne le potenzialità e di rispondere a esigenze attuali pur senza snaturare il carattere vittoriano del contesto“. ( http://www.wuz.it/articolo/4024/sherlock-holmes-film-guy-ritchie-jude-law.html)

Sulla scorta di queste valutazioni, i giudizi degli “istituzionalisti” si sprecano, a cominciare dai britannici. Per Il Guardian è:  “una cattiva notizia per il resto di noi: Sherlock Holmes non è nemmeno un magnifico errore” (http://www.guardian.co.uk/film/2009/dec/15/sherlock-holmes-film-review). Il Telegraph afferma senza mezzi termini che un “americano” non è in grado di interpretare la “quintessenza” (proprio così), dei caratteri inglesi e che fin dalla lavorazione del film c’erano stati “segnali preoccupanti” e infatti: “Holmes si è trasformato in una specie di star rock simile a un giovane Keith Richards” (http://www.telegraph.co.uk/culture/film/filmreviews/6812014/Sherlock-Holmes-first-review.html). 

Anche chi apprezza il film insiste sulla sulla rivisitazione del personaggio, realizzata grazie a una interpretazione che esce dai canoni:

“Il regista però, non si è affidato alle tradizionali costruzioni che ormai sono entrate nell’immaginario collettivo (ad esempio “elementare Watson” oppure il cappello per la caccia alle lepri); Ritchie insieme ai suoi collaboratori ha riletto e reinterpretato tutti i libri dando vita ad un film che spiazza e stupisce il pubblico. (…) Non più uomo colto e rispettato che lavora solamente con l’astuzia e l’ingegno ma, personaggio che si adatta alla realtà che lo circonda: bravissimo nel corpo a corpo (ha come hobby i combattimenti clandestini), quando non lavora entra in uno stato di depressione. L’abbigliamento eccentrico e bohemienne fa diHolmes un protagonista ironico, rude e geniale allo stesso tempo”. (http://delcinema.it/recensioni/2009-12/recensione_sherlock_holmes.php).

La letteratura va letta, non citata per “sentito dire”!

E ancora, un’altra recensione dichiara:

“Per i più nostalgici ammiratori della saga holmesiana, il film sarà (quasi) certamente motivo di scattanti salti sulla poltrona, dal momento che il regista ex marito di Madonna ha avuto la sfrontatezza inattesa di intraprendere questo taglio così decisamente “infedele” (…) Al posto di  un taciturno e bizzarro simil-scienziato pedante quanto intellettualoide, come siamo abituati a leggerlo e a pensarlo, ci troveremo di fronte un intraprendente eroe da film americano d’oggi, capace di farci assistere a botte, fughe da attentati dinamitardi, e via dicendo sulla scia delle avventure rocambolesche che ci capiterà di vedere. Secondo Guy Ritchie, peraltro, il “suo” Sherlock coglie in realtà molto di più lo spirito originale dell’opera, di quanto non abbiano mai fatto le precedenti versioni cinematografiche” (http://www.newnotizie.it/2009/12/26/sbarca-nelle-sale-lo-sherlock-holmes-dazione-di-guy-ritchie/)

La scomparsa di questi “stereotipi”, che hanno da sempre caratterizzato un personaggio che è stato inventato di sana pianta dai disegnatori e dagli illustratori, è il punto essenziale di una critica che sembra ignorare i romanzi ai quali si riferisce. Così, si può tranquillamente dire che in questa: 

“versione gothic-trash dell’eroe creato a fine ‘800 da Sir Arthur Conan Doyle (…) Non c’è alcuna traccia del compassato detective oppiomane in tweed che va ripetendo ‘Elementare Watson’.” Quando della “famosa” frase non c’è alcuna traccia negli scritti di Doyle! Eppure, il pezzo insiste citando riferimenti a una “tradizione letteraria” del tutto inesistente: “Lo Sherlock Holmes di Ritchie mira a palati ancora meno sopraffini, e va preso per ciò che è: un film d’azione appena discreto che tenta di tirarsi un po’ a lucido succhiando come un parassita dalla tradizione letteraria popolare, così come abitudine di un certo cinema di intrattenimento, quello sì davvero elementare” (.http://www.cinematografo.it/recensioni/sherlock_holmes/00014532_Sherlock_Holmes.html ).

La scomparsa dei canoni?

La scomparsa di questi canoni, che per oltre un secolo hanno caratterizzato un certo Sherlock Holmes, è davvero la questione centrale per tutti. Una loro modifica, anche se può piacere e può essere sostenibile, è comunque da considerare il frutto delle scelte personali del regista: 

“Dimenticate la mantellina, il cappello con visiera e paraorecchi, l’aria compunta e professorale. Dimenticate il gusto per la riflessione a tavolino, la sfida dell’intelletto, la deduzione pragmatica nel puro stile britannico che privilegia sempre il ragionamento logico rispetto alle fughe nell’irrazionale. (…) Gli esperti sherlockiani sparsi nel mondo potrebbero aver molto da ridire (…) ma il regista ex-consorte di Madonna difende a spada tratta la sua scelta: «Abbiamo cercato di riportare Sherlock Holmes a quelle che noi crediamo sia la sua origine e cioè un carattere molto viscerale, profondamente attratto dalle arti marziali, dalla fisica e dalla chimica e soprattutto dalla condizione umana. La storia è ambientata nel 1890, ma abbiamo cercato di renderla il più contemporanea possibile»” (http://www.cinematografo.it/recensioni/sherlock_holmes/00014532_Sherlock_Holmes.html).

Dunque non sembra importante chiedersi se i “canoni” veicolati fino a oggi sul personaggio siano stati coerenti con la descrizione letteraria tracciata dal suo autore, Sir Arthur Conan Doyle. Questi canoni e stereotipi, veicolati attraverso le illustrazioni dei libri fin dagli esordi e da realizzazioni filmiche e televisive, hanno creato l’istituzione Sherlock Holmes e tanto basta. Bisognerebbe verificarli?

Eppure il personaggio letterario di Conan Doyle non solo non ha mai pronunciato una sola volta la fatidica frase: “Elementare Watson”, ma – secondo le descrizioni stesse del suo creatore – trascorreva lunghi periodi in stato di abbandono e di isolamento, era perfino molto ignorante e se ne vantava, faceva a pugni e tirava di Sherma, a volte suonava il violino come un invasato rocckettaro e non c’è traccia, nei romanzi di Doyle, del famoso cappellino al quale vengono attribuite le più svariate funzioni!

Sono davvero in pochi a mantenere una sana distanza dalle pressioni esercitate dal “canone”, da un lato e dall’altro da quelle – suggestive – provocate dall’estetica del film.  Ci prova il Sherlock Magazine.

“Il film di Guy Ritchie è una scommessa, che è necessario apprezzare. Una scommessa che a mio parere il regista ha vinto e che ridotta ai minimi termini è semplice, quasi evidente per chi conosce Holmes su carta stampata e le sue trasposizioni su celluloide: eliminati tutti gli stereotipi, Holmes resta un personaggio apprezzabile? Qualunque Sherlockiano non avrebbe dubbi su questo punto, e penso che allo stesso modo non ne abbia avuti Ritchie. Come non tutti sanno, ma forse impareranno andando al cinema, gran parte delle immagini che Holmes richiama (dal cappello da cacciatore di cervi, all’odioso “Elementare Watson”) sono frutto di una contaminazione mediatica del personaggio di Arthur Conan Doyle, dovuti alle, comunque apprezzabili, doti di illustratori e attori che hanno dato il loro apporto negli anni alla sua caratterizzazione.

A chi si lamenta di non ritrovare nel film di Ritchie il posato detective di Baker Street, sconsiglio la lettura del Canone, perché non lo troveranno neanche lì, anzi: troveranno un uomo che veniva notato all’università mentre colpiva cadaveri per osservare per quanto tempo dopo la morte si formassero lividi, un uomo che ignora volontariamente come funzioni il sistema solare, abile nella boxe, nella lotta con il bastone e nella Sherma.

Non citerò ancora il termine bohème, troppo inflazionato per descrivere il personaggio delineato da Ritchie, né dirò l’ovvio notando che il suo Holmes è un uomo d’azione (come potrebbe non esserlo l’uomo che la criminalità di tutta Londra teme): il nuovo adattamento cinematografico ci mostra la vera natura anticonformista ed essenziale, pragmatica, dell’investigatore di Baker Street” (http://www.sherlockmagazine.it/notizie/3812/ )

Ancora: forse sarebbe meglio leggere i romanzi e i racconti di Sir Arthur Conan Doyle, prima spararle grosse!

Vogliamo fare un confronto con quanto Conan Doyle scriveva fin dalle prime pagine del primo romanzo (del1887), dedicato a Holmes, Uno studio in rosso? Ecco alcuni passi tratti dal capitolo “La scienza della deduzione”:

“di tanto in tanto succedeva in lui come una reazione.  Allora, per giorni e giorni, se ne stava sul divano del salotto, pronunciando a malapena qualche monosillabo e senza contrarre un solo muscolo del viso, dal mattino alla sera. (…) La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. (…) Ignorava la teoria di Copernico nonché la struttura del sistema solare. (…) –  Lei dice che giriamo intorno al sole, se girassimo attorno alla Luna non cambierebbe nulla per me o per il mio lavoro. -” ( “cognizioni” possedute da Holmes):  “Letteratura: zero. Filosofia: zero. Astronomia: zero. Politica: scarse. Botanica: Variabili (…). Geologia: pratiche, ma limitate (…). Chimica: profonde. Anatomia: esatte, ma poco sistematiche. Letteratura sensazionale: illimitate (…). Suona bene il violino. È abilissimo nel pugilato e nella Sherma.” (Sir Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes, Uno Studio in rosso, Mondadori, 1964, CDE 1987, pag. 19 – 24 )

Watson valuta inoltre che tutte le abilità di Holmes sono da considerare “eccentriche”, condotte fuori dal comune, cioè fuori dai canoni. Si è parlato di un Holmes rocckettaro dato che nel film lo si vede strimpellare sul violino degli “a solo” esasperati, come una star fuori di testa? Questo non fa parte del canone? Certamente non fa parte dell’Holmes istituzionale a cui gli stereotipi ci hanno abituati, però fa parte del personaggio reale, costruito da Doyle, che sembra proprio una specie di ottocentesco antesignano del punk: 

“lasciato a se stesso, raramente eseguiva musiche note o riconosciute. Per intere serate, appoggiato all’indietro sulla sua comoda poltrona, se ne stava con gli occhi chiusi e pizzicava distrattamente le corde del violino che teneva sulle ginocchia. Talvolta, i motivi erano tenui e melanconici, altre volte erano fantastici e indiavolati. Evidentemente rispecchiavano i pensieri da cui Holmes era dominato, ma proprio non riuscivo a capire se la musica aiutasse l’evolversi di quei pensieri o quel suo strimpellare era dovuto soltanto a un capriccio e a una fantasia. Forse, mi sarei ribellato contro quegli ‘a solo’ esasperanti se non fosse stato perché, di solito, Holmes li terminava eseguendo in rapida successione tutta una serie delle mie arie preferite”. 

Abbiamo anche letto di critiche che collocano l’attività di Holmes nei quartieri “alti”, quando invece sappiamo che “aveva molte conoscenze e negli strati sociali più svariati”, che frequentava persone dai tratti sgraziati ed equivoci, come il signor Lestrade “che venne tre o quattro volte in una sola settimana”, che sguinzagliava mocciosi monelli per i bassifondi di Londra per raccogliere informazioni.

Storytelling e forza del messaggio

Dunque, è alquanto curioso: il canone che fino a ora abbiamo conosciuto (apprezzato?) e che ha caratterizzato il personaggio di Sherlock Holmes attraverso illustrazioni, fumetti e film, sembra dissolversi come neve al sole di fronte a una più attenta rilettura delle fonti letterarie. È indiscutibile che il film sia più vicino a queste fonti di quanto non lo siano state le rappresentazioni istituzionali tramandate fino a ora, in gran parte addirittura false in numerosi dettagli. Da una parte abbiamo un canone, sganciato dall’opera letteraria ma solido, che contiene inesattezze che però si sono affermate come verità; dall’altra abbiamo riferimenti letterari veritieri, e una pulizia da elementi inesatti, interpretati però da una rappresentazione esteticamente più vicina ai nostri tempi, che nell’insieme è considerata come una variazione soggettiva del regista sul tema , comunque non conforme al canone. Da notare che quest’ultima  rappresentazione  viene giudicata illegittima oppure piacevole, proprio in virtù del fatto che rispecchi o meno il canone. È dunque il bisogno di confermare uno stereotipo oppure di liberarsi da esso, che determina una posizione di giudizio nei confronti del film.

È una lezione interessante: non importa che il messaggio istituzionale sia vero o falso, esso ha una forza intrinseca che costringe a prendere posizione nei suoi confronti, indipendentemente dal suo grado di verità, ma in base alla sua stessa condizione di essere o meno, istituzionale, canonico.

La seconda lezione è che la forza di un messaggio istituzionale reca in sé una confusione fra piani che dovrebbero essere mantenuti distinti: per esempio quello del gusto e dell’estetica (forma), da quello dell’indagine storiografica e filologica (contenuto). In questo quadro che l’Holmes descritto dal suo autore, Conan Doyle, strimpellasse il violino come una specie di chitarrista rock è sicuramente vero, come abbiamo visto. Che strimpellasse in quella stanza e in quel preciso modo in cui il film mostra e con quella particolare illuminazione, non può essere oggetto di indagine scientifica, ma di interpretazione estetica. Esattamente come interpretazioni estetiche devono essere considerati il montaggio di alcune scene, il ritmo del film, la fotografia e altri elementi compositivi. L’interpretazione estetica è da ascriversi alla sfera del gusto, non può essere giudicata in base al criterio di essere più o meno conforme a un “canone” letterario. Così un racconto o un film potrebbero essere falsi nei contenuti ai quali si richiamano, ma godibili sul piano compositivo. Una scelta estetica può essere giudicata da un punto di vista del gusto personale: “mi piace, non mi piace”. Oppure può essere giudicata in rapporto ad altre espressioni estetiche dello stesso campo: “meglio la fotografia di quest’altro film dello stesso autore”, oppure: “meglio la Londra dello stesso periodo, rappresentata in quest’altro film”, ecc. Ma certo il giudizio estetico non può influenzare il giudizio storiografico e filologico che riguarda, per esempio, la scelta di far strimpellare un violino, che in questo caso, oltretutto, conferma una precisa descrizione letteraria del personaggio. 

Allo stesso modo non bisogna confondere l’estetica della scrittura del romanzo ai tempi di Conan Doyle, con l’estetica del personaggio stesso.  All’epoca di Doyle non si scriveva allo stesso modo in cui oggi scrive Stephen King e non esisteva neppure il cinema. È ovvio che il modo il cui la stessa storia può essere rappresentata, dipende dai mezzi che si hanno a disposizione, dal modo in cui sono scientificamente evoluti, dal modo in cui li si impiega e dal modo in cui la contemporaneità percepisce elementi quali: il ritmo della storia, il montaggio, le inquadrature, e così via. Conan Doyle utilizzava passaggi piani e descrittivi, accanto a una struttura paratattica, più veloce e adatta per la suspense: come deve essere concepito il personaggio? Deve essere posato e calmo, oppure può essere anche infervorato dall’azione? E se sì, fino a che punto? Può darsi che Doyle si fosse scontrato con certe regole consolidate e nonostante avesse cercato di tenderle al limite, i personaggi rappresentati da tale estetica della scrittura, fossero comunque schiacciati dalla forma che il romanzo imponeva in quel momento storico. Bisognerebbe svolgere delle indagini su questo punto. Ma bisogna tenere conto che – nonostante esista un rapporto – l’estetica del racconto (scritto o filmato), è una cosa, la forma assunta dai suoi protagonisti un’altra. Giudicare l’una con gli occhi dell’altra sarebbe un grave errore.

In questa discussione si sono dunque confusi fra loro più piani e più elementi. Non sono state mantenute le opportune distinzioni. E, soprattutto, risulta chiaro che ciò che è istituzionale, canonizzato, può anche essere storiograficamente falso. Infatti, è solo la persistenza del canone nel tempo a rafforzarne il senso di autenticità e di verità. Ma la sua persistenza, se non è scientificamente fondata, ha una natura psicologica, sociale e mediatica.

Illustrazioni di: D. H. Friston,1887 (Uno studio in rosso);  Sidney Paget, 1901 (Il mastino dei Baskerville); Ignoto, New York, 1904 (Il segno dei quattro).
Un libro del 1982 reca in effige lo stereotipo che conosciamo e la locandina del film.

Il film mostra uno Sherlock caratterizzato da una molteplicità di atteggiamenti.

Uno Sherlock “sconosciuto”? Solo se non lo hai letto!

La conclusione provvisoria alla quale voglio giungere, sulla base di questa analisi, è la seguente. Sono state le immagini (illustrazioni e fumetti di origine britannica), a veicolare, già da fine ‘800, lo stereotipo di Holmes che poi si è affermato e che abbiamo tutti conosciuto per oltre un secolo.  A quelle immagini (a quel canone), si sono richiamati i film e le successive storie, senza tenere conto della complessità e dell’articolazione contenuta nei riferimenti letterari d’origine.  Al contrario, come mostra il film, il ritorno all’espressione letteraria primitiva nella sua complessità (cioè ai romanzi di Doyle), ha permesso di riarticolarne delle varianti e di riscoprire alcuni elementi di verità e di falsità intorno al famoso investigatore, contribuendo così a smantellarne un canone. In altri termini, la domanda da porre è la seguente: se una visione parziale e frammentata (qual è la visione di un personaggio letterario attraverso alcune illustrazioni), ha contribuito a fissare un canone (sbagliato in alcuni elementi), a ridurlo in un involucro istituzionale, allora l’impiego di strumenti più ampi e complessi – ma allo stesso tempo meno rigidi – di rappresentazione, come un romanzo, un racconto, una narrazione, non contribuiscono a ridurre i rischi di una comunicazione, come diceva Eco, “stereotipata”, ridotta a canone, a semplici elementi inequivocabili e non interpretabili? In dati casi la frammentazione del messaggio non contribuisce al suo stesso impoverimento? Non ne facilita un processo di canonizzazione, la fissazione in modelli dai quali è poi difficile prendere le distanze? Il livello narrativo, presentando invece maggiore complessità (spaziale e temporale), e maggiore indeterminatezza (per i nessi che suscita), non contribuisce a limitare questi rischi? E se sì, in che modo e per quale motivo?

Ralenty e flash forward

Una considerazione importante che non avevo scritto è questa: si noti la soluzione artistica di impiegare il rallentamento nel corso di un flash forward. Sherlock, come un giocatore di scacchi, immagina le conseguenze delle sue scelte, dal punto di vista dell’azione. Per esempio nelle scene di box. Si ha un salto in avanti: che cosa succede se agisco in questo modo? Bene, di solito il ralenty è impiegato nei flashback: si mostra lentamente che cosa è successo o che cosa è appena avvenuto. Vederlo impiegato in un flash forward è curioso ma molto efficace. Si manifesta così la completa padronanza di Sherlock sul piano di realtà. Una padronanza così netta e precisa, così assoluta che che è come se ciò che deve ancora capitare in realtà sia già avvenuto. Non può accadere null’altro di ciò che Sherlock stesso può prevedere!


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2 commenti su “ECCO IL VERO SHERLOCK HOLMES!”

  1. Grazie a te per averlo letto (è molto lungo) e anche apprezzato. Vedi come i giornalisti, i media in genere, sono stupidi? Peccato che non se ne sia parlato granché della figuraccia che hanno fatto!

I commenti sono chiusi.