Alberto Pian

Alberto Pian

LA RIVOLUZIONE IRANIANA DEL 1978 – 1982

Nel 1978 scoppia la rivoluzione che abbatte Reza Pahlavi, il monarca fedele all’Establishment USA. Poi la rivoluzione finisce nella mani della casta sciita e un paese dal glorioso passato e dalle molteplici rivoluzioni diventa uno “stato islamico”. Il racconto della rivoluzione iraniana del 1979 e i trascorsi dell’Iran ci offrono la chiave per capire il suo futuro.

“Io ho fatto la rivoluzione del 1978, allora sconfiggemmo lo Shah, Mohamad Reza Pahlevi, avevamo grandi speranze. (…) All’inizio eravamo tutti insieme, uniti, la sinistra, i religiosi, i moderati. Volevamo uscire dall’incubo dello Shah. Tutto era costruito ogni giorno, ci permetteva di immaginare un Iran nuovo, democratico, libero. Mio zio era un regista teatrale e per aver messo in scena una commedia di Samuel Beckett fu incarcerato da Pahlevi. Prima della rivoluzione le cose andavano così, non era permesso nulla, anche se si raccontava la favola di un processo di democratizzazione di tipo occidentale. In realtà il governo curava gli interessi delle grandi compagnie petrolifere, degli americani. Le donne non usavano il chador perché negli anni Trenta e Quaranta il padre di Reza Pahlevi ne aveva vietato l’uso. Con Khomeini ci fu un recupero del sentimento religioso, ma non era una imposizione. Chi voleva si copriva. Poi, nel settembre 1980, l’Iraq invase l’Iran e cominciò la stretta autoritaria. Bisogna tener conto che il presidente iracheno Saddam Hussein era un alleato degli Stati Uniti e fu lui a scatenare la guerra. Ancora una volta per garantire interessi economici occidentali. Noi stavamo nazionalizzando il petrolio e questo alle grandi compagnie non piaceva affatto. Gli ayatollah cominciarono ad arrestare prima i militanti di estrema sinistra, poi i comunisti filosovietici, poi tutti gli altri”.

LE DOMANDE DELLA RIVOLUZIONE

Il 5 novembre 1978 il popolo iraniano abbatte le statue dello Shah di Persia. Allo stesso tempo attacca l’ambasciata britannica, gli uffici del governo e numerosi negozi nel quartiere commerciale della capitale. La rivoluzione prende di mira i simboli del regime monarchico e dell’influenza imperialista americana e britannica nel paese.

Lavoratori in sciopero abbattono le statue dello Shah (Foto: sconosciuto, Wikipedia)

Il 16 gennaio 1979 lo Shah abbandona il paese. Due settimane più tardi, il 1 febbraio, l’ayatollah Khomeini rientra a Theran dopo un lungo esilio. La rivoluzione iraniana è dunque in marcia, ha abbattuto le istituzioni politiche e militari del paese, ha liquidato il regime monarchico dello Shah e si prepara ad assumere una nuova direzione. Quale? La componente laica della rivoluzione è molto forte, ma la corrente religiosa sciita, quella più integralista guidata da Khomeini è pronta a prendere il potere, sia per canalizzare la rivoluzione, sia per costituire la repubblica islamica. 

Qual era dunque la natura della rivoluzione iraniana? Quali furono e perchè si verificarono gli eventi che portarono la rivoluzione nelle mani dell’ala integralista del clero sciita?

UN MOVIMENTO CHE VIENE D LONTANO

Le manifestazioni studentesche si erano susseguite fin dal dicembre del 1977, mentre nel paese circolavano appelli di intellettuali e politici che invitavano il governo a cambiare direzione.  Ma il 19 agosto 1978 400 persone muoiono bruciate vive nel rogo del cinema Rex ad Abadan. Fra la popolazione prende corpo l’ipotesi che l’incendio sia stato organizzato dagli apparati polizieschi dello Shah. Nella stessa città di Abadan decine di migliaia di manifestanti scendono in strada al grido: “Bruciamo lo Shah!”. Il rogo di Abadan è come una miccia che dà fuoco alle polveri. In tutte le città si susseguono manifestazioni e assemblee contro il monarca. Nella prima settimana di settembre del 1978 a Theran manifestano milioni di persone. L’esercito dovrebbe reprimere le proteste ma non sempre è in grado di svolgere il suo lavoro: alcuni reparti infatti vedono con favore le manifestazioni di massa e si rifiutano di intervenire.

Per tutto il 1978 si affrontano due schieramenti. Da un lato lo Shah, vale  dire la monarchia con il suo esercito e i suoi strumenti repressivi sostenuto dagli USA, ma anche dall’URSS e dalla Cina; dall’altro il popolo iraniano con i suoi partiti laici e le sue strutture religiose.

L’IRAN E GLI STATI UNITI

L’Iran è un bastione importante della politica americana in Medio Oriente e in Asia, fin da quando è stato posto sotto il controllo britannico alla fine della prima guerra mondiale. Gli USA lo hanno armato fino ai denti. Quello iraniano è uno degli eserciti più attrezzati e forti di tutto il pianeta. Dal canto suo il paese è al servizio delle compagnie energetiche degli Stati Uniti. Come aveva già fatto nel 1953, liquidando il governo nazionalista di Mossadeq e ponendo fine alle mobilitazioni popolari antimperialiste, l’amministrazione americana sta lavorando a un nuovo colpo di stato per salvare la monarchia e le sue istituzioni. Occorre fermare la marcia rivoluzionaria il cui esito è del tutto imprevedibile. Il compito sembra semplice.  Venerdì 8 settembre 1978 la repressione si abbatte sui manifestanti: 4.000 morti provocati dall’esercito dello Shah che dal suo elicottero sorvola la strage dirigendone le operazioni. Ma l’ennesima sanguinosa repressione non fa che esasperare gli animi e rendere inefficace la strategia dagli Stati Uniti.

Lo Shah con Kennedy (Foto: Robert Leroy Knudsen, Public Domain, Wikipedia).

I LAVORATORI DELL’INDUSTRIA

Infatti il 24 settembre 1978 entrano in sciopero gli operai e i lavoratori dell’industria petrolifera che richiedono aumenti dei salari fino al 50% e migliori condizioni di lavoro. Il 5 ottobre lo sciopero generale si estende a tutti i settori produttivi del paese. 

Come un fiume in piena dalle banche alle telecomunicazioni, dagli ospedali ai funzionari pubblici, il movimento di sciopero si riversa nella breccia aperta dalle manifestazioni popolari.

Il 5 ottobre sono in sciopero anche i 30.000 operai delle acciaierie della città di Isphan e ormai nel settore industriale e minerario, nell’industria alimentare e agraria, lo sciopero ottiene ogni giorno nuovi consensi e nuove forze.

Il 31 ottobre lo sciopero è ormai generale. Quel giorno i pozzi petroliferi chiudono, l’attività produttiva è completamente paralizzata.

UN SALTO DI QUALITÀ

A quel punto si verifica un salto di qualità.

Le trattative fra i rappresentanti dei lavoratori e il governo vengono interrotte. Infatti le rivendicazioni dei lavoratori salariati del paese hanno acquisito un contenuto politico: ritiro della legge marziale, liberazione dei prigionieri politici, espulsione della polizia politica dalle fabbriche. I sindacati istituzionali creati dal regime dello Shah vengono disertati o distrutti. Si formano nuove organizzazioni sindacali e numerose organizzazioni indipendenti. Anche le scuole e le università diventano luoghi di aggregazione: riunioni, meeting, comizi, manifestazioni, si susseguono senza sosta. Ai primi di novembre la stessa stampa iraniana deve riconoscere che nel paese, soprattutto nelle grandi città di Theran, Tabriz, Ispahan, Chiraz, Abadan, lo Stato non esercita alcuna autorità. Si parla di “anarchia” dell’Iran.

Detto in altri termini significa che il potere politico e le sue istituzioni stanno crollando. Di fronte all’imminente disfatta l’amministrazione americana ripropone nuovamente la sua strategia: reprimere il movimento, fare delle concessioni e cambiare il governo. Così il 6 novembre viene tentato un secondo colpo di forza. Si forma un nuovo governo guidato dal generale Azhari. 

Inizialmente i lavoratori sono costretti a riprendere il lavoro sotto la minaccia delle armi, ma quella che sembra essere una soluzione diventa l’ultimo atto politico dell’assolutismo iraniano.

Il 25 novembre, due settimane dopo il colpo di forza militare, riprendono gli scioperi degli operai petroliferi di Theran. Nel giro di qualche giorno il movimento si estende nuovamente, finché il 4 dicembre il paese è ancora scosso dallo sciopero generale. Questa volta il movimento è ancora più profondo. Di fronte alla resistenza dello Shah e alla rigidità del potere anche la risposta della popolazione si radicalizza.

(Foto: AFP)

I CONTI PUBBLICI DEGLI SPECULATORI

Un fatto clamoroso e inusuale scuote ancor più le coscienze iraniane. I lavoratori della banca centrale decidono di pubblicare i documenti contabili. Così i nomi di centinaia di speculatori che hanno trasferito all’estero miliardi di dollari sono ormai sulla bocca di tutti. L’odio per il regime non solo si approfondisce, ormai è irreversibile.

TRE MILIONI DI MANIFESTANTI GRIDANO “VIA LO SHAH”

L’11 e il 12 dicembre 1978 a Theran i manifestanti sono tre milioni, la rivendicazione una sola: “Via lo Shah!”.

È in quel momento che le fratture interne all’esercito diventano insanabili. In numerose località i reparti militari rifiutano di sparare sui manifestanti. Nella città di Hamadan i soldati giustiziano i loro stessi ufficiali. In molti reparti soldati e sottoufficiali si rivoltano, imprigionano o fucilano i superiori, si mettono al servizio delle manifestazioni stesse formando insieme ai manifestanti e ai lavoratori in sciopero i nuclei di una sorta di esercito popolare. Nel mese di gennaio 1979 l’esercito dello Shah non esiste più. Allo stesso tempo in quei giorni di dicembre nelle industrie del paese si formano, oppure vengono meglio organizzati, dei comitati che gestiscono gli scioperi, si occupano della produzione, degli approvvigionamenti, dell’autodifesa e svolgono un ruolo di governo in intere zone del paese, ormai prive di un’autorità istituzionale. 

Infine il 16 gennaio 1979 il regime, con la fuga dello Shah dall’Iran, non è altro che un cadavere pronto a essere seppellito.

QUALE DIREZIONE ASSUMERÀ LA RIVOLUZIONE?

Si pone ora un altro problema: fino a che punto si spingerà la rivoluzione iraniana? Fino a che punto e su quali binari potrà essere canalizzata e controllata? E infine: si potrà impedire l’effetto detonatore che la rivoluzione iraniana potrebbe innescare nei paesi e fra le popolazioni limitrofe, sottoposte al controllo degli USA o dell’URSS?

In effetti a questo punto entra in gioco il ruolo svolto dalla gerarchia religiosa sciita e in particolare dall’ayatollah Khomeini. 

LA MINORANZA SCIITA GUIDATA DA KHOMEINI

Khomeini rientra a Theran dall’esilio il 1 febbraio 1979. Da quel momento la sua marcia verso la presa del potere sembra inarrestabile.

 Fermiamoci un momento qui. Occorre mettere a fuoco le condizioni storiche dell’Iran.

(Foto: Patrick Chauvel, Sygma/Corbis)

PER CAPIRE LA STORIA DELL’IRAN

In effetti l’Iran è un paese semicoloniale. Cioè un paese che dipende dalle condizioni imposte fin dalla sua nascita dalla dominazione imperialista, senza essere una colonia posta direttamente sotto il controllo militare straniero.

Dal canto suo il popolo iraniano vanta una spettacolare tradizione di lotta proprio contro l’imperialismo. Ne riassumiamo brevemente alcune tappe.

Fin dal 1891 un ampio movimento popolare, che vedeva uniti i capi religiosi e i rappresentanti della borghesia iraniana, riesce ad annullare la concessione alle compagnie britanniche del commercio del tabacco, che era una ricca risorsa per il paese. Nel 1906 si sviluppa la rivoluzione costituzionale che porterà a una costituzione semidemocratica, che sarà anche nel 1978 un simbolo molto forte nelle mobilitazioni di massa. Nel 1907 in seguito alla divisione del paese in tre zone di influenza (una neutrale, una inglese e una russa), avranno luogo altri movimenti popolari. La mobilitazione nazionale contro l’imperialismo britannico riprende dopo la rivoluzione russa del 1917. In questo contesto nascono alcune repubbliche indipendenti di tipo sovietico, ma nel 1921 i britannici organizzano un colpo di stato che porta al potere Reza Khan, il fondatore della dinastia Phalevi. Durante la seconda guerra mondiale l’Iran è occupato dall’URSS stalinista e dai britannici. Reza Khan viene deposto e sul trono viene installato lo Shah Rheza Palevi. La politica del partito comunista iraniano, chiamato “Tudeh”, è conforme all’accordo stabilito fra Londra e Mosca.

“SFRUTTAMENTO EQUILIBRATO”

Il principio di questo accordo può essere definito di “sfruttamento equilibrato” dell’Iran da parte delle potenze in campo: vale a dire una vera e propria spartizione alla quale prende parte  la stessa Unione Sovietica. Questo quadro politico viene poi confermato alla fine della guerra dagli accordi stabiliti a Theran, a Yalta e a Postdam fra le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. In base alla politica stabilita durante questi incontri l’Iran avrebbe dovuto continuare a essere un terreno di sfruttamento tanto per le compagnie anglo – americane, alle quali vengono concesse le risorse petrolifere del sud, quanto per il regime staliniano, al quale vengono assegnate le risorse del nord del paese.

Tuttavia, pur avendo ricevuto un duro colpo, le aspirazioni nazionali indipendentiste del popolo iraniano non sono affatto liquidate. Così nel dopoguerra il movimento nazionalista riprende forza, si formano repubbliche indipendenti in Azerbajan e in Kurdistan, allo stesso tempo si verificano scioperi e movimenti nelle industrie petrolifere, si formano sindacati e organizzazioni politiche indipendenti. Il nuovo movimento rivoluzionario durerà fino al 1953. Per garantire il rispetto degli accordi fra Washington e Mosca e per reprimere questi movimenti, il partito comunista entrerà nel governo che sarà responsabile dei massacri del 1946 contro la popolazione dell’Azerbajan.

Dopo un intervallo politico caratterizzato da un governo militare sostenuto contemporaneamente dall’imperialismo anglo americano e da Mosca, la lotta popolare riprende di nuovo il suo corso. Il movimento impone la nazionalizzazione del petrolio contro la Oil Company britannica. Una nazionalizzazione che Mossadeq realizzerà per modo di dire, dato che viene realizzata pagando alla compagnia un forte indennizzo e garantendo il mantenimento di elevatissimi profitti per le diverse agenzie petrolifere straniere. Mossadeq, rappresentante laico e liberale della borghesia iraniana, assume il controllo del governo. Il partito comunista iraniano, dal canto suo, nel rispetto degli accordi internazionali, prende posizione contro la nazionalizzazione dell’industria petrolifera.

Di fronte al movimento di massa che nessuno riesce a controllare Reza Pahlevi destituisce Mossadeq che però viene reimposto al governo a furor di popolo! La rivoluzione iraniana, che si indirizza contro l’imperialismo straniero, sembra dunque davvero inarrestabile. Neppure Mossadeq, che gode delle simpatie popolari, riesce a controllare e a far rifluire questo movimento. Ci dovranno pensare gli Stati Uniti.

Manifestazioni a favore di Mossadeq (Foto: Nasser-sadeghi, Public Domani, Wikipedia).

INTERVIENE LA CIA

Nel 1953 la CIA organizza un colpo di stato che destituisce Mossadeq (Operazione Ajax, riconosciuta dalla stessa CIA), ripristina i poteri e il ruolo dello Shah e organizza una vasta repressione in tutto il paese, colpendo i lavoratori, le loro organizzazioni, gli esponenti laici e religiosi della lotta contro l’imperialismo. Il colpo di stato del 1953 fra l’altro ha anche lo scopo di spostare l’asse degli interessi imperialisti da quello britannico a quello statunitense. In questo senso una riforma agraria realizzata ad hoc per espellere i contadini poveri dalle campagne, ha l’obiettivo di fornire nuova manodopera per gli impianti petroliferi, ormai passati sotto il controllo delle compagnie USA.

Colpo di Stato (Foto: Di CHN Archives of Iran’s Cultural Heritage Organization From en:Image:28mordad1332.jpg by en:User:Zereshk, Pubblico dominio)

Dal canto loro i profitti realizzati dall’aumento del prezzo del petrolio a partire dal 1973 non sono affatto utilizzati per rilanciarne un’economia indipendente, ma vengono investiti sui mercati speculativi, in particolare a Wall Street, legando così ancor più l’Iran all’economia degli Stati Uniti.

All’inizio degli anni settanta la situazione dell’Iran può essere così sintetizzata: il paese continua a essere una dependence dell’imperialismo, le industrie sono assoggettate alle compagnie straniere, i petrodollari sono investiti all’estero, quasi tutte le lavorazioni intermedie sono importate e una parte della popolazione vive un’economia di sussistenza legata alla terra; in secondo luogo tutte le questioni poste dalle mobilitazioni precedenti restano intatte: non è la combattività della popolazione a fare difetto, ma la subordinazione dei partiti e delle organizzazioni popolari agli interessi anglosassoni, come avvenuto nel caso del partito comunista e del movimento nazionalista di Mossadeq.

È dunque in queste condizioni di fondo che matura un corso rivoluzionario destinato a scavare molto in profondità e a scontrarsi frontalmente con l’imperialismo e le sue istituzioni.

Raffineria di Abadan anni 70 (foto: sconosciuto, Wikipedia)

UNO STATO FORTE IN UNA ZONA FRAGILE

Agli occhi delle agenzie americane l’Iran è una specie di porta fra il Medio Oriente e l’Asia. Perciò gioca un ruolo fondamentale non solo economico ma anche politico in questa area geografica. 

Negli anni sessanta e settanta infatti il Medio Oriente è sconvolto dalla destabilizzazione provocata dalla precedente crisi di Suez, dalla guerra di indipendenza algerina, dalle guerre arabo israeliane, dalla fragilità dei nuovi regimi arabi nazionalisti come l’Egitto, la Siria e la Giordania, dalla resistenza del popolo palestinese. Dall’altra parte in Asia l’India è un gigante con i piedi d’argilla, il Pakistan uno stato fragile costruito artificialmente, l’Indocina rappresenta a sua volta un terreno di scontro specialmente a causa della lotta del Vietnam per la propria liberazione, dapprima dal colonialismo francese e quindi dall’ingerenza americana. A ciò bisogna aggiungere i problemi insoluti delle nazionalità oppresse, prime fra tutte quella Curda e quelli delle nazionalità asiatiche dell’URSS che confinano con l’Iran e che che sono pesantemente oppresse da Mosca, mentre nello stesso Iran sono presenti diverse nazionalità fra le quali Curdi, Turchi e Baluci. È per questo che fin dal 1953 gli USA, con l’accordo dell’URSS, ritengono che l’Iran possa assumere nella regione quel ruolo di “gendarme” di cui hanno entrambe bisogno. Per questo lo Shah viene armato fino ai denti.

Al momento della rivoluzione l’esercito iraniano è forte di 420.000 uomini, per due terzi professionisti. Le armi sono fornite innanzitutto dagli USA, ma anche l’URSS gioca il suo ruolo dato che fin dal 1967 offre allo Shah armi in cambio di gas che poi rivende a prezzi elevati. Armi che, ricordiamolo, sono usate dallo Shah anche contro i movimenti popolari e di opposizione.

Questo breve riepilogo ci è servito per capire fino a che punto l’imperialismo e la lotta contro la sua dominazione, siano stati un aspetto centrale e costante nella storia dell’Iran.

Torniamo ora al rientro di Khomeini, nel febbraio del 1979 e alla presa del potere da parte dell’Ayatollah.

Soldati iraniani, dicembre 1979 (Foto: AP Photo/Michel Lipchitz)

RIVOLUZIONE E RELIGIONE

Fin dall’inizio la popolazione ha utilizzato le moschee e i luoghi di culto come strumenti per esprimere le proprie rivendicazioni e come centri di aggregazione. È un fatto storicamente noto che le popolazioni, per esprimere il proprio disagio e per organizzarsi contro il potere politico, utilizzino le organizzazioni, gli spazi e gli strumenti che hanno a disposizione in un dato momento storico. 

Questo però non significa che l’azione delle masse iraniane possa essere identificata tout – court con la gerarchia religiosa sciita. 

Eppure l’identificazione fra rivoluzione iraniana e religione ha fatto comodo a molti osservatori, storici e commentatori politici. La stampa internazionale in effetti sposa proprio la versione di una rivoluzione essenzialmente ispirata da motivi religiosi e guidata dagli ayatollah. Una posizione assolutamente falsa che nulla ha a che fare con la stessa storia del paese.

Dunque ci chiediamo perchè sia necessario stabilire questo collegamento così stretto. A chi giova identificare la rivoluzione con la casta sciita?

Identificare la rivoluzione iraniana con l’ala più radicale del clero sciita, guidata da Khomeini, da un lato permette di screditare il movimento popolare nel suo insieme, sminuendo il ruolo decisivo giocato dai lavoratori e dalle loro organizzazioni sindacali e politiche. Dall’altro, in assenza di qualsiasi alternativa, si punta al fatto che la gerarchia sciita possa diventare proprio quello strumento di controllo e di repressione della rivoluzione di cui gli Stati Uniti e l’URSS hanno assolutamente bisogno in quella regione.

È così che la casta sciita è sottoposta alle pressioni dei due campi sociali che si affrontano in Iran: da un lato Washington, con il sostegno di Mosca, che vorrebbe addomesticarla per continuare le operazioni economiche e politiche ed evitare l’esplosione dell’intera regione; dall’altro il campo popolare e rivoluzionario, che spinge il movimento verso la rottura completa con l’imperialismo e le sue agenzie. In questo scontro fra popolazione e imperialismo Khomeini sembra essere il perfetto rappresentante di una lotta inflessibile contro l’imperialismo incarnato dagli USA che nessun’altra organizzazione vuole intraprendere.

L’AYATHOLLAH KOMEINI

In esilio Komeini aveva elaborato una filosofia antiamericana che rifletteva, seppur in modo distorto, le storiche e incrollabili aspirazioni nazionali del popolo iraniano. L’accodamento delle organizzazioni laiche a Khomeini durante la rivoluzione darà a quest’ultimo la possibilità di liquidarle, sia politicamente che fisicamente. Da parte loro non viene infatti organizzata nessuna campagna per una Costituente sovrana e laica, per una vera Repubblica democratica. Al contrario, le azioni terroriste dei Mujahedin del Popolo, formazioni paramilitari di “sinistra”, non fanno altro che portare acqua al mulino della repressione e del rafforzamento del potere dell’ala Khomeinista. Deve essere chiaro che nessun partito laico, democratico, di ispirazione socialista e comunista in Iran elabora un’alternativa democratica alla casta sciita che avrebbe potuto essere centrata, per esempio, sulla convocazione di una Assemblea Costituente sovrana e, allo stesso tempo, non assume le aspirazioni antimperialiste popolari per la nazionalizzazione – senza indennizio – di tutte le imprese straniere che hanno rapinato le risorse del paese sotto lo Shah.

Eppure, nonostante queste debolezze, ancora nel gennaio nel 1979 i giochi erano tutt’altro che stabiliti. I lavoratori disponevano di proprie organizzazioni indipendenti: sindacati, partiti e organismi di potere rivoluzionario che si erano formati prima e nel corso stesso della rivoluzione. Anche la tradizione democratica e laica era molto forte e si cristallizzava in numerose organizzazioni e partiti che si ispiravano a principi democratici e illuministi.

L’organizzazione religiosa sciita non era dunque che una delle componenti della rivoluzione iraniana.

Eppure nessuna politica realmente indipendente viene portata avanti dalla componente laica della rivoluzione. È emblematico il fatto che quelle che avrebbero dovuto essere le organizzazioni più “radicali”, le cosiddette organizzazioni e partiti “marxisti” dipendevano dallo stalinismo russo e dal maosimo cinese e, in entrambi i casi, non solo Mosca e Pechino (che solo dal 1973 aveva ristabilito rapporti politici ed economici con gli USA), avevano sostenuto apertamente lo Shah, ma non intendevano assolutamente trasformare l’Iran in una miccia che avrebbe fatto esplodere la polveriera dell’Asia e del Medio Oriente.

L’OPPOSIZIONE SOCIALE A KOMEINI

Khomeini prende il potere l’11 febbraio 1979 e i successivi governi dovranno rispettare l’orientamento e le decisioni del CRI, il Comitato Rivoluzionario Islamico. Ma dal canto loro nel paese si organizzano vasti movimenti di opposizione e i Mujahedin, portano a segno una serie di attentati nei quali viene ucciso lo stesso presidente del Comitato Rivoluzionario Islamico. In diverse regioni del paese le minoranze rivendicano la propria autonomia e continuano le proprie mobilitazioni. L’8 marzo le donne manifestano contro le restrizioni imposte dal clero, che prevedono la loro esclusione dalle cariche di giudice, l’imposizione del velo anche sul luogo di lavoro e l’abrogazione del diritto di famiglia ottenuto nel 1966. Le manifestazioni vengono attaccate dalle milizie sciite. 

Nell’estate vengono varati i provvedimenti e approfondite le misure che dovrebbero portare l’Iran a realizzare una vera e propria repubblica islamica. Allo stesso tempo si susseguono le manifestazioni laiche, gli scontri con la milizia sciita degli Hezbollah e si proseguono le azioni delle formazioni paramilitari dei Mujahedin. In questa situazione alcune frange militari tentano di organizzare un colpo di stato in funzione antikomeinista, che viene sventato nel mese di luglio.

Bandiera dei Mujahedin del Popolo iraniani (Wikipedia)

UNA GUERRA PER BLOCCARE UNA RIVOLUZIONE

È in questo clima che maturano due eventi decisivi: la guerra contro l’Iraq e l’occupazione dell’ambasciata USA.

La guerra contro l’Iran viene scatenata dall’Iraq il 22 settembre 1980. Saddam Hussein, armato e finanziato dagli Stati Uniti incomincia questa guerra che durerà otto anni provocando oltre un milione di morti. Una guerra pianificata per contenere la rivoluzione iraniana e per tenere sotto controllo la regione, affidando al dittatore iracheno quegli stessi compiti di gendarme che lo Shah aveva assolto per lungo tempo. Sul piano interno la guerra viene strumentalizzata ad arte da Khomeini e dalla gerarchia sciita per consolidare il proprio potere e reprimere le opposizioni.

In nome dell’unità nazionale contro l’invasore e dello sforzo bellico si moltiplicano i tentativi di allineare tutto il paese dietro l’ordine definito “islamico”.

Guerra Iraq – Iran (Foto: AFP)

Dal canto suo l’URSS non sta certo alla finestra. L’Unione Sovietica teme infatti che la rivoluzione iraniana sconfini nelle repubbliche asiatiche sotto il suo controllo sollevando le minoranze duramente represse dal Cremlino. I pericoli che una rivoluzione antimperialista può sollevare sulla stabilità del suo stesso regime, sono ben presenti a Mosca. Ed è in questo contesto che maturerà l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa.

Ex repubbliche URSS dell’Asia centrale che subiscono l’influenza della rivoluzione iraniana.

L’OCCUPAZIONE DELL’AMBASCIATA AMERICANA

E poi alla guerra si aggiunge la provocazione dell’occupazione dell’ambascia USA a Theran.

Il 4 novembre 1980 alcuni studenti occupano l’ambasciata americana e tengono in ostaggio il personale. L’azione matura negli ambienti sciiti. Gli studenti fanno parte di un gruppo denominato “I seguaci della linea dell’Imam”, guidato dall’Ayatollah Khoeniha. Lo stesso figlio di Khomeini manifesta con gli occupanti. Il governo si dimette.

È evidente che l’occupazione dell’ambasciata americana fa buon gioco a Khomeni e alla gerarchia sciita. Infatti chi mai potrebbe schierarsi in quel momento contro questa provocazione senza rischiare di passare per un agente degli odiati Stati Uniti?

La provocazione dell’occupazione dell’ambasciata americana, che durerà più di un anno, nei fatti consegna al clero sciita la medaglia di migliore e più deciso combattente antimperialista. Dunque la domanda è legittima: l’occupazione dell’ambasciata USA è una trappola per allineare forzatamente la lotta antimperialista dietro i vessilli dell’Islam sciita e per controllare e canalizzare il movimento rivoluzionario? Lo storico Faran Sabahi si chiede: “La presa dell’ambasciata americana fu una mossa spontanea oppure una strategia ben pianificata? È questa la domanda che si pongono gli storici” (Storia dell’Iran, pag. 171).

Occupazione dell’ambascia USA (Foto: sconosciuto, Wikipedia).

In ogni caso gli eventi seguono una direzione ben precisa. Bani Sadr (un laico rientrato con Khomeini dall’esilio, totalmente incapace di condurre una politica indipendente sia da Khomeini che dall’imperialismo USA, ma nonostante ciò ugualmente sostenuto dalle formazioni laiche e di sinistra), era stato eletto presidente il 25 gennaio 1980. Ma il 10 giugno 1981 viene privato del comando delle forze armate ed è costretto a partire in esilio senza la minima opposizione da parte sua. Il nuovo presidente Rajai il 30 agosto è ucciso in un’attentato. Poco prima numerosi funzionari del Partito Rivoluzionario Islamico, compreso l’Ayatollah  Behesehti, esponente dell’ala sciita dura, perdono la vita nel corso di un’altra esplosione. Di questi attentati vengono accusati i Mujaeddhin. Ma c’è il dubbio che si tratti due regolamento di conti interno alla stessa casta Sciita, utilizzato ad arte contro le organizzazioni laiche. Lo storico Faran Sabahi osserva che “secondo autorevoli storici gli attentati potrebbero anche essere stati un tentativo da parte di alcuni esponenti del partito per eliminare potenziali concorrenti” (Storia dell’Iran, pag. 174).

La repressione è violenta: nel giro di qualche mese le organizzazioni dei Mujaeddhin saranno letteralmente espugnate, i capi assassinati e la repressione si abbatterà su tutte le organizzazioni estranee alla casta sciita. Nel 1982 sale alla presidenza della repubblica l’esponente religioso Khamenei.

Il potere è saldamente nelle mani della casta sciita, la rivoluzione completamente soffocata.

CONCLUSIONE PROVVISORIA

Così fra il 1980 e il 1982 la casta sciita completa la presa e l’organizzazione del potere in Iran.

La rivoluzione popolare antimperialista viene forzatamente condotta sulla strada della rivoluzione islamica e la necessità di un governo indipendente dall’imperialismo, viene sostituita con la nozione di governo e di stato islamico.

L’Islam sciita diventa quindi la camicia di forza destinata a imprigionare la rivoluzione iraniana secondo gli interessi dell’asse Washington – Mosca – Pechino. Militarmente circondata e tenuta sotto controllo dagli USA in Iraq e dall’URSS in Afghanistan, la rivoluzione viene posta nella condizione di non essere “esportata”, mentre all’interno del paese viene ristabilito un ordine reazionario e oscurantista.

A distanza di tanti anni da quegli eventi è evidente il profondo segno lasciato dalla rivoluzione iraniana: tutta la regione è completamente destabilizzata, le armate sovietiche e americane hanno subito cocenti disfatte in Afghanistan (entrambe) e in Iraq. In Iran il potere sciita vacilla di fronte a una società civile che non ha mai smesso di operare su un terreno laico ed è profondamente insofferente nei confronti della casta che ha assunto il potere e che, in parte, ha accettato come un “male minore” nei confronti del regime filo americano dello Shah.

Fra il 1978 e il 1982 l’Iran ha assistito alla prima tappa di una rivoluzione che ha scosso fino alle fondamenta tutta la regione. Ora nel paese degli ayatollah e del loro fragile potere, maturano nuovi eventi rivoluzionari e si annunciano nuovi sconvolgimenti. 

Manifestazioni, ottobre 2022 (Foto: sconosciuto)

È questa la seconda tappa della rivoluzione? Il regime della casta sciita è minato fino alle radici, tutto è possibile.

Perciò ci chiediamo: le masse iraniane saranno in grado di forgiare nuove organizzazioni politiche, indipendenti dall’imperialismo, dalla casta sciita e dalle vecchie e impotenti organizzazioni laiche e di “sinistra”?

Se la risposta è si, allora la rivoluzione iraniana potrà di nuovo tenere la Storia con il fiato sospeso e aprire nuove prospettive ai popoli e alle nazionalità oppresse del Medio Oriente e dell’Asia.

Ma queste sono pagine nelle quali, per il momento, è scritto solo l’incipit.


QUALCHE LETTURA UTILE

  • Testimonianza di apertura. Una donna parla del suo Paese e della rivoluzione, 7 marzo, 2004. Testimonianza tratta dal sito di Peace Reporter nel 2004: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=2&ida=&idt=&idart=1031 , ripresa anche in: https://forum.termometropolitico.it/archive/index.php/t-308800.html.
  • Salimé Etassam, Iran l’aube d’une revolution, La Verité n. 579, febbraio 1979
  • Giulio Tamagnini, La caduta dello scià, Edizioni Associate, Roma, 1990
  • Azar Nafisi, Leggere Lolita a Theran, 2004, Adelphi
  • Farian Sabahi, Storia dell’Iran, Bruno Mondadori, Milano, 2006
  • Renzo Guido, La via dell’Islam. L’Iran da Khomeini ad Ahmadinejad, Laterza, 2007
  • Michael Axworthy, Breve storia dell’Ira, Einaudi, Torino, 2010
  • Ervand Abrahamian e A. Merlino, Storia dell’Iran dai primi del novecento ai giorni nostri, Universale economica Feltrinelli, Milano, 2013
  • David S. Painter, Gregory Brew, The Struggle for Iran: Oil, Autocracy, and the Cold War, 1951–1954, 2022 Yann Richard
  • Yann Richard, Le grand Satan, le shah et l’imam – Les relations Iran / États Unis jusqu’à la révolution de 1979, CNRS Editions, 2022
  • Giuseppe Cogni, Iran: petrolio e geopolitica: Le potenze occidentali e lo sfruttamento delle risorse petrolifere iraniane, Formato Kindle, 2022
  • In Wikipedia trovi diverse voci sulla storia dell’Iran e dei diversi personaggi e organizzazioni.

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